La co-progettazione, per favore non solo slogan

Stiamo assistendo in queste settimane in Toscana ad una ripresa del metodo della co-progettazione, in particolare sui tavoli del ‘dopo di noi’. Le zone distretto o le Società della Salute laddove costituite sono chiamate a istituire, coinvolgendo gli Enti di terzo settore, tavoli di co-progettazione per l’elaborazione di proposte da presentare alla Regione.

Ma fermiamoci un attimo. Molti di coloro che stanno leggendo questo articolo, sanno naturalmente non solo di cosa significa co-progettazione, ma anche dell’esperienza in corso che richiamavo poco fa. Il titolo non lascia scampo ad equivoci, la co-progettazione ci piace, e vorremmo che non fosse solo uno slogan. Una progettazione condivisa, in cui vi sono condivise responsabilità e una partecipazione allargata alla co-costruzione delle idee e delle soluzioni, assicura potenzialmente una migliore capacità di raggiungere efficacemente i propri obiettivi e di generare impatto.

Ora però, ciò che è assolutamente da evitare è che questa divenga solo uno slogan dietro al quale stanno pratiche di progettazione che assomigliano più a sommatorie di singole idee composte in un mix più o meno coerente. Questa non è co-progettazione. Essa naturalmente necessita di un impianto regolamentare che ne disciplini le modalità di svolgimento (e questo, nel caso richiamato, sicuramente c’è). Ma necessita di un lavoro – ed è questo che forse manca – più approfondito. Mi si dirà che il meglio è nemico del bene e che la partecipazione non si può estendere all’infinito, ma il nodo è proprio questo. La co-progettazione istituisce una modalità diversa di progettare. Essa implica l’assunzione di una co-responsabilità degli attori, implica anche certamente la costituzione di una rete formalizzata per l’attuazione del progetto, ma implica altresì tempi e modi adeguati di co-costruzione del progetto.

Vediamo alcuni aspetti: i tempi anzitutto. I tempi della co-progettazione sono necessariamente lunghi. Avete mai provato a fare una simulazione di costruzione di un progetto in un gruppo di lavoro durante un corso di formazione? Avrete sperimentato quanto sia lungo e complicato trovare un accordo tra i partecipanti. Il tempo è un fattore determinante, perché il risultato condiviso non è la stessa cosa di un risultato. I modi, poi. I modi si riferiscono a metodi costruttivisti, di co-costruzione delle idee progettuali. Ma ciò implica l’assunzione di linguaggi comuni, di obiettivi sufficientemente condivisi, l’applicazione di metdologie appropriate di carattere partecipativo. Ora questo sembra essere uno dei punti deboli delle esperienze in atto. Tempi stretti, assenza di metodologie applicate per la co-costruzione progettuale. Il rischio è che si riproducano soluzioni a sommatoria di idee – pur nobili – presentate da singoli attori. Questo non funziona, non solo in termini di proposta coerente e qualitativamente apprezzabile per l’impatto che può generare su un territorio, ma perché manca del carattere intrinseco della condivisione tra gli attori, un meta-obiettivo se volete della co-progettazione, quello di generare livelli ulteriori di coesione tra gli attori stessi.
Per questo stiamo proponendo alle Pubbliche Amministrazioni e agli Enti di Terzo Settore percorsi abilitativi sulla co-progettazione. Tema tra l’altro emergente alla luce della Riforma del Terzo Settore, tema sviluppato da Myfundraising in un recentissimo articolo.

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