La Riforma del Terzo Settore è occasione anche per ripensare il volontariato

Prendiamo spunto dall’intervento di Riccardo Guidi, ricercatore dell’università di Pisa alla conferenza 2017 di CSVnet. In un articolo comparso su Vita.it il 30 settembre u.s. viene riassunto l’intervento, colmo di spunti di riflessioni interessanti per il volontariato, anche alla luce della Riforma del Terzo Settore. “La frequenza dell’impegno sociale non è legata al titolo di studio, ma più a dove si abita e alle occasioni culturali che si hanno”. Questo, al di là di tutto, persino della Riforma stessa, appare essere un elemento di riflessione culturale che il volontariato dovrebbe ri-cominciare a fare. Sì, perché forse negli ultimi anni è stato attratto (in molte sue espressioni) più da sirene di produzione/erogazione di servizi o dalla logica di istituzionalizzazione, con il rafforzamento dei rapporti convenzionali con la Pubblica Amministrazione, dimenticando la sua funzione di germoglio di energie e capacità di coesione che lo caratterizza. E in questo oblio il volontariato organizzato tradizionale, sta incontrando difficoltà nella capacità di coinvolgimento. Vi sono però dati strutturali, di contesto, quali quelli sottolineati da Guidi, (luoghi, occasioni culturali) che sembrano avere un ruolo determinante sull’esperienza di volontariato che, ancora, è assolutamente minoritaria nella società italiana. “La vera sfida è incidere sull’80 per cento di italiani ‘inattivi’, quelli che non hanno mai svolto alcuna attività di volontariato, né hanno mai fatto donazioni. Rendetevi conto che voi fate parte della minoranza!” dice Guidi in conclusione dell’intervento.

Interessante l’analisi proposta, circa i determinanti strutturali che sembrano delineare i fattori di maggior rischio. “Ci sono invece due fratture che possono determinare il maggiore o minore impegno sociale: “La prima è una frattura territoriale: a parità di condizioni, una persona del sud ha il 7-8 per cento di probabilità in meno di fare volontariato rispetto a una che abita al nord. E chi vive in un comune piccolo ha il 15 per cento di probabilità in più rispetto a chi sta in una grande città. Le città metropolitane disincentivano la partecipazione”. L’altra frattura riguarda l’opportunità di avere accesso a occasioni culturali: chi ne ha di più, ha anche fino al 35 per cento di maggiori probabilità di essere un volontario, ha spiegato Guidi, esortando i CSV e le associazioni a crearne il più possibile nell’ambito delle loro attività di animazione territoriale.

L’attuale “geografia dei modelli di volontariato, – ha detto il ricercatore, – si può descrivere in tre grandi ambiti: il primo è quello convenzionale, fatto in enti strutturati che presuppongono di solito una appartenenza durevole nel tempo: riusciranno domani queste organizzazioni a saper conciliare organizzazione e creatività? Sapranno collaborare tra loro e rispondere al cambiamento?”

Il secondo modello è quello individuale, che ha anche molti elementi del primo: è fatto di 3 milioni di volontari che “danno una mano”, che “senza di loro come si farebbe” (i tantissimi impegnati nell’assistenza), o che “scelgono di fare da soli”: sono volontari che rifiutano la mediazione delle associazioni, ha chiesto Guidi ai presenti, “ma sono davvero individualisti o non li avete finora saputi intercettare e valorizzare?”.
Il terzo modello è quelli non convenzionale: sono i volontari “sporadici”, occasionali, che si impegnano su eventi o azioni di breve durata, sono i più difficili da catalogare.”

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